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Non volevo fare il contadino

Non volevo fare il contadino.
Lo dicevo a me stesso, a voce alta, quando da ragazzo aiutavo mio padre nell’orto.
Con la terra sotto le unghie, i piedi sporchi di polvere secca e la schiena che bruciava
già alle dieci del mattino. E invece eccomi qui.
Con le mani ancora dentro la terra. Solo che ora la terra è una cucina, il campo un
pass, e i frutti hanno nomi francesi e impiattamenti da mostra.
Mio padre seminava e raccoglieva. Allevava con pazienza, silenzio e un rispetto
che oggi si scambia per lentezza. Io volevo tutt’altro: il fuoco come creazione, il
piatto come racconto. Volevo fuggire dal ritmo delle stagioni, fare della mia arte
un viaggio, non una routine.
Eppure, ogni volta che sento l’odore della cipolla sciogliersi nel burro, mi rendo
conto che non sono andato così lontano.
Ho solo continuato il lavoro di famiglia, trasformandolo. Mio padre metteva al
mondo le materie prime. Io le ho cucinate per raccontare una storia. Alla fine, forse,
ho solo cambiato vanga.
È tutto qui, ragazzo mio, se stai ancora ascoltando.
Non ho disertato quel campo: l’ho solo spostato sotto il neon bianco di una cucina
d’hotel, con il suono del forno al posto del gallo.
Tuo padre coltivava la terra. Tu hai coltivato la memoria.
E forse, hai anche imparato a riconoscerla, quella parte di te che non volevi diventare.